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Sindrome di Guillain Barré: il rischio per chi si vaccina con Johnson & Johnson

Si sta da poco parlando del rischio di veder aumentare la probabilità di iniziare a soffrire della sindrome di Guillain Barré a causa del vaccino Johnson & Johnson. Secondo un’agenzia USA che monitora proprio il grado di sicurezza dei farmaci, tra cui quello del Covid19, il rischio di soffrire di questa rara malattia aumenta dalle 3 alle 5 volte. Anche l’EMA però, ha segnalato che il farmaco AstraZenca può provocare una reazione avversa preoccupante.

E’ stata la Food and Drug Administration, negli USA, a dichiarare che vi è un rischio aumentato per chi ha fatto il vaccino a dose unica di Johnson & Johnson di incorrere nella rara patologia neurologica nota come Sindrome di Guillain Barré. Gli esperti parlano di un rischio superiore che va dalle 3 alle 5 volte. Anche se comunque al momento solo un centinaio di uomini dai cinquant’anni in su sono stati identificati come casi reali. La maggior parte di loro è poi guarita, mentre una persona è morta.

Già l’EMA aveva dichiarato che questa sindrome poteva essere una reazione avversa al vaccino AstraZeneca. Anche se in questo caso i pochi dati a disposizione non potevano né confermare né escludere l’eventuale associazione.

Cos’è la Sindrome di Guillain Barré

La sindrome è in definitiva un disturbo che interessa il sistema immunitario e si riversa poi sui nervi, provocando un’infiammazione più o meno importante. I sintomi tipici sono il dolore, la difficoltà a camminare, una sensazione di grande debolezza muscolare, intorpidimento locale e dolore.

C’è comunque da sottolinerare una cosa. La sindrome in questione si scatena in generale, in circa 2 su 3, in quelle persone che hanno avuto tra i 5 e i 21 giorni precedenti un intervento chirurgico, oppure hanno sofferto di un’infezione o ancora sono stati vaccinati. Non è perciò raro che un qualsiasi vaccino possa svilupparla. Per esempio successe dopo la vaccinazione dell’influenza suina del 1976, amche se poi comunque si dimostrò infondata. Inolte si dimostra una malattia che può essere sviluppata anche dopo il covid-19 oppure l’infezione del virus Zika.

La maggior parte dei pazienti hanno una paralisi flaccida, un senso di debolezza alle gambe e alle braccia e più raramente arriva alla testa. E’ una sensazione questa che resta per un tempo variabile e di solito si risolve da sola. Per riconoscerla serve oltre alla valutazione clinica anche l’esame elettrodiagnostico e l’analisi del liquido cerebrospinale. Quest’ultime due però non sempre sono eseguite, spesso quella diagnostica è sufficiente.

Si tratta di una malattia letale in meno del 2% dei casi. Quasi tutti i pazienti infatti migliorano dopo pochi mesi. Si può dire però che un problema serio è quello della debolezza residua che può persistere anche per tre anni e interessa circa il 30% degli adulti. Per i bambini è ancor più duratura. Ecco che i pazienti che hanno avuto un deficit residuo possono comunque richiedere l’applicazione di una chirurgia correttiva o di apparecchi ortopedici. Tra il 2 e il 5% dei pazienti invece può essere sviluppata una polineuropatia infiammatoria demielinizzante cronica.

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Claudia Lemmi

Classe '89, una passato di arte che inizia con un pennello e prosegue con una biro in mano. Oggi sono web writer specializzata nella creazione di contenuti sul benessere, la salute e l'alimentazione.

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